IL VALORE FORMATIVO ED EDUCATIVO DELL’OPERA “MADAMA BUTTERFLY”

Pubblicato su Bacherontius anno L N 3  Agosto 2019

 

La situazione italiana all’inizio dello Stato unitario dal punto di vista culturale era a livelli bassissimi. Le difficoltà che i governi di destra e poi di sinistra si trovarono di fronte erano pertanto enormi eppure in poco più di trent’anni il volto dell’Italia e il suo livello culturale ,in tutti i campi, cambiarono radicalmente; alla fine del secolo l’Italia presentava una condizione complessiva paragonabile a quella dei paesi più avanzati e l’età giolittiana si caratterizzerà come l’età dei grandi riconoscimenti alla cultura italiana: dalla letteratura alla musica con D’Annunzio Verdi e Puccini alla filosofia con Croce. Al confine tra naturalismo e decadentismo si colloca l’opera di Giacomo Puccini che seppe dare espressione a una sensibilità più raffinata e personale . Particolarmente attento alle esigenze della drammaturgia musicale e alla valenza teatrale delle proprie opere ,Puccini, aspirava ad avere il controllo totale delle proprie creazioni. Imponeva a tale scopo numerose revisioni ai suoi librettisti, anche quando si trattava di professionisti esperti come Luigi Illica e Giuseppe Giacosa che collaborarono alla stesura dei libretti per la Boheme , Tosca e Madama Butterfly.
Puccini era certo di riscuotere il successo che immaginava gli spettasse di diritto per un’opera come “Madama Butterfly”; per questo motivo scelse (di comune accordo con Giulio Ricordi, suo editore) il palcoscenico della Scala per la sua prima. Questa sua scelta era data probabilmente da una voglia di rivincita verso il Teatro che nel 1889 aveva bocciato il suo “Edgar”. Purtroppo la prima dell’opera si risolse in un fiasco, evento inaspettato dopo i tre successi pucciniani Manon Lescaut, La Bohème e Tosca. A Brescia, come anche a Milano, lettere e appunti lasciano ben intendere che non si sia ascoltata esattamente la partitura stampata per l’occasione, e con anticipo, da Ricordi: Puccini tagliava, tagliava, e centocinque battute almeno non furono eseguite al Teatro Grande nel maggio del 1904 e così fu in seguito, per le riprese successive, che l’autore seguì con attenzione, limando e sottraendo per il concreto della prova scenica quel che aveva lasciato incidere e stampare dal suo editore. L’Oriente era prepotentemente di moda, la Cina e il Giappone solleticano le fantasie degli artisti e del pubblico come, un secolo prima, l’avevano fatto Turchia e dintorni; Il Giappone che emerge non sarà autentico, ma avrà una propria verità, una sostanza non meramente decorativa nella tragedia. Perfino le macchiette dei parenti, e quell’imbarazzante zio Yakusidé vittima designata dei tagli più consistenti e poi inaspettatamente riabilitato al Carcano, offrono un quadro brulicante di vita che osserviamo grottesco come lo può vedere l’estraneo – e razzista – Pinkerton, ma anche come lo può vedere Cio Cio San, con un misto d’imbarazzo e di affetto, piccolo mondo quotidiano messo alla prova di fronte a un
altero “conquistatore”. La diffidenza dichiarata nei confronti dell’americano ha una sua forza precisa: marca la distanza culturale fra i due, riflette specularmente (“un barbaro”) il disprezzo di Pinkerton verso i giapponesi, evidenzia il timore (ben fondato) di fronte all’unione, ma anche proclama il fascino irresistibile della novità e della diversità rispetto a quel microcosmo di parenti e parassiti. C’è, però, un altro aspetto notevole: dopo aver parlato dei “cento yen” ora Cio Cio San racconta di aver preso spontaneamente e consapevolmente in considerazione un matrimonio “a tempo”. Si tratta di una storia con pochi personaggi, dalla musica orecchiabile ed evocativa, dotata di una trama fluida e immediata. Ogni donna saprà ritrovarsi in questa storia e riconoscersi, almeno in parte, nel personaggio di Madama Butterfly. Un amore intenso, fisico e sensuale, quello che c’è all’inizio tra Butterfly e Pinkerton, dal quale nasce persino un bambino, ma un amore che si fa via via più rarefatto, platonico, sognato, vagheggiato e nutrito al riparo da una troppo crudele e cinica realtà. Una storia ambientata in Oriente, che però può rappresentare un dramma senza spazio né tempo: il dramma di un amore alimentato dai propri bisogni e nient’altro, una passione consumata in solitudine, in intima comunione con se stessi, incurante della realtà esterna e della reciprocità: la stessa Butterfly, ad un certo punto dell’opera, si definisce «rinnegata e felice», come del tutto appagata dal proprio sentimento d’amore. «Un bel dì vedremo», una delle principali arie di quest’opera lirica e in assoluto tra le più famose, rappresenta al pubblico il «delirio amoroso» nel quale si immerge la protagonista del dramma. Fin dall’inizio Butterfly non si accorge o preferisce non accorgersi che, in realtà, Pinkerton vive questo rapporto in modo diverso e i tre anni di silenzio successivi al loro incontro sembrano non avere alcun significato per lei; al contrario, anziché lenire il suo sentimento d’amore, sembra che lo incrementino. Agli occhi di una ragazza giapponese di soli 15 anni, l’occasione di sposare un uomo occidentale viene vista come una possibilità di riscatto sociale e culturale e sembra quasi un sogno: e proprio con gli occhi di una sonnambula Butterfly si addentra in questa relazione, finendo col viverla da unica protagonista, nutrendola dei propri bisogni narcisistici, alla ricerca di una adesione a regole e modelli culturali molto lontani dai suoi, nell’illusione di poter dare una definitiva svolta alla propria esistenza creando uno strappo nei confronti delle proprie origini. La ribellione alla famiglia e alla religione ne sono un esempio: un tentativo non troppo celato di creare una netta cesura con le proprie radici e cancellare magicamente l’inaccettabile perdita paterna. Nemmeno la nascita del bambino rappresenta un fattore positivo per Butterfly: inizialmente sembra un segno premonitore del futuro ritorno di Pinkerton, l’elemento che dà concretezza e certezza all’amore idealizzato e scomparso. Purtroppo, invece, il figlio diventa l’occasione per volgere tutto in tragedia. Pinkerton, dipinto dagli occhi della ragazza, appare un uomo premuroso, coinvolto, quasi un principe azzurro venuto a salvarla, una figura maschile disposta a proteggerla… mentre Il Pinkerton reale è un uomo molto diverso da quello
vagheggiato da Butterfly: è un individuo cinico, che mira unicamente a raggiungere i propri interessi senza nessuno scrupolo morale né sentimentale, che desidera trarre piacere dalla relazione fin tanto che lo desidera. Le riflessioni che una trama come questa ispira sono pressoché infinite, ma è utile soffermarsi su un aspetto particolare della storia: la modalità di relazione del personaggio femminile, cioè il modo nel quale Butterfly entra in rapporto con le altre persone e con i fatti che accadono. Il problema di fondo è che la ragazza è cieca di fronte al proprio mondo interiore: ciononostante, sono proprio i suoi bisogni più interni a guidarla nelle scelte e nei modi d’agire. Nel suo mondo psichico c’è un immenso vuoto affettivo (la perdita di figure di riferimento familiari) che la protagonista tenta disperatamente e ciecamente di colmare: un affetto che Butterfly cerca e vorrebbe ricevere in modo fanciullesco, come esplicitamente chiede a Pinkerton nel loro incontro amoroso, un affetto mancato anni prima, durante gli anni dell’infanzia. Butterfly è una giapponesina , una geisha di Nagasaki, della quale si innamora un ufficiale di marina americano, Pinkerton, la geisha accetta di sposarlo, abiura la sua religione e si fa cristiania. Pinkerton inventa una scusa e si allontana da lei,divenuta madre, promettendole di tornare in primavera; la geisha sempre innamorata è in attesa del suo ritorno e dopo tre lunghi anni ritorna portando con sé un altra donna: Si era sposato a New York ed era ritornato per prendersi il bambino. Quando Butterfly verrà a sapere che le sarà tolto il bambino impazzisce dal dolore e si uccide. In quest’opera così profondamente umana, Puccini riesce ad esprimere il meglio dell’animo femminile. In questa opera tutto è possibile che accada. L’incontro tra anime e culture diverse fanno intrecciare amori e passioni. La vita e la morte appartengono ai personaggi e fanno si che gli spettatori traggano riflessioni e verifiche, non solo col proprio mondo di appartenenza, ma con se stessi. Quasi, pur nella tragicità, a voler aprire nuove strade, nuovi incontri. Sotto questi punti di vista possiamo rivivere l’opera e farla rivivere ai nostri giorni.

 

Lara Calogiuri

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