LA COMPLESSA MODERNITA DEL TROVATORE DI VERDI.

LA COMPLESSA MODERNITA’ DEL TROVATORE.

La modernità del Trovatore sta nell’ essere ancora attuale. Oggi la società si presenta complessa per i molteplici cambiamenti, la comunicazione risulta fluida, spesso fuggente, se non contradittoria. Abbiamo bisogno di interpretare la comunicazione dell’opera, perchè essa è ricca di spunti di significato a cui dobbiamo tendere per non cadere nella superficialità, nel vuoto comunicativo da cui può dipendere il decadimento sociale.
Il Trovatore è la seconda opera della “trilogia popolare” di Giuseppe Verdi creato tra Rigoletto e La Traviata. Il 1851 fu un anno di grande impegno per Giuseppe Verdi che da Parigi, dopo il successo del Rigoletto, lavora a distanza con il librettista napoletano Salvatore Cammarano al libretto de “Il Trovatore”,Verdi stesso aveva consigliato il librettista Salvatore Cammarano di ispirarsi al soggetto di “El Trovador” dello scrittore spagnolo Antonio Garcìa-Gutiérrez, un dramma d’ispirazione romantica, rappresentato a Madrid nel 1836 e che aveva colpito il Maestro per la potenza e l’originalità della trama e dei personaggi.Nel marzo 1852 il Maestro tornò a Busseto, e continuò a lavorare sul Trovatore, pur essendo continuamente ostacolato dalle precarie condizioni di salute del suo librettista e da quelle del padre (la madre era morta l’anno prima). Corrispondeva inoltre con Francesco Maria Piave per il libretto della Traviata.Lo spartito fu pronto il 14 dicembre 1852 e l’opera fu rappresentata al Teatro Apollo di Roma il 19 gennaio 1853. Il Trovatore è un dramma in quattro atti e otto quadri, ambientato in Spagna al principio del secolo XV, che racconta, con un bel canto espressivo, fiammeggianti passioni come l’amore, la gelosia, la vendetta, l’odio e la lussuria . Il capitano della guardia del conte di Luna, Ferrando, racconta ai suoi soldati come il loro signore fosse stato stregato, vent’anni prima, da una zingara che venne posta sul rogo per questo delitto. Una figlia della zingara, aveva però rapito per vendetta uno dei due figli del conte. E sembrava che lo avesse ucciso collocandolo, di nascosto, sulla stessa pira. Un altro racconto è fatto da Leonora d’Aragona: una volta – confida alla sua ancella Ines – udì il canto di un trovatore sotto la sua finestra, e quel canto le rimase dolcemente nel cuore. Lo risente ora in lontananza ed esce dal castello per andare incontro al cantore. Ma si imbatte nel conte di Luna, fratello del rapito che sta venendo da lei, per chiederle un pegno d’amore. Geloso del trovatore, il cui nome è Manrico, il conte lo sfida.
Ferito nel corso del duello, che ha però vinto, il trovatore ripara in un accampamento di zingari sui monti della Biscaglia. Qui Azucena, che egli ritiene sua madre, gli racconta del supplizio che il padre del conte ha inferto alla nonna. E lei stessa era talmente sconvolta da sbagliare il bambino che mise sulla catasta ardente…la zingara si ferma, perché si accorge che involontariamente si è tradita; Manrico vuol saperne di più. Azucena non gli dà risposte significative. Intanto arriva la notizia che Leonora ha deciso di prendere il velo e che il conte di Luna ha conquistato la città di Castellor. Il trovatore parte per raggiungere la principessa prima che ella pronunci i voti; contemporaneamente il conte di Luna si prepara a rapirla dal convento. Manrico arriva in tempo per salvarla e condurla con sè. Il conte riesce ad arrestare la zingara Azucena e il comandante delle guardie la riconosce come la donna che rapì il fratello del suo padrone. Quest’ultimo decide che, come la madre, anche lei finisca sul rogo. La notizia raggiunge Manrico mentre sta per sposarsi con Leonora nella cappella del castello. Il giovane accorre subito in soccorso della madre. Il generoso tentativo di Manrico fallisce. Egli viene gettato in una segreta e allo spuntare del nuovo giorno gli sarà mozzata la testa, per ordine del conte di Luna. Leonora promette al conte che, se,libererà i due prigionieri, sarà sua. Ma, per non mancare alla promessa con Manrico, decide di sacrificarsi e ingerisce un veleno. Intanto Azucena, nella prigione, si trova accanto al giovane. Leonora porta loro la notizia della prossima liberazione; Manrico rifiuta, perché ha capito che il castellano li ha graziati solo in cambio della capitolazione della principessa. Il veleno però compie la sua tragica azione e Leonora muore, tra le braccia del trovatore. Il conte di Luna dimentica la promessa, decide che Manrico sia subito ucciso; e quando la sentenza è stata già eseguita Azucena gli rivela la terribile verità. Per errore, accecata dal dolore per la fine della madre, ella aveva messo sul rogo il proprio figlio; Manrico era invece il fratello rapito del conte di Luna. La vendetta di Azucena è finalmente compiuta.
Questo dramma in quattro parti spesso definito come troppo triste, troppo buio e troppo tetro, ripercorre la storia del Trovatore che significa anche analizzare una serie di eventi che hanno addirittura messo in dubbio la rappresentazione di un titolo che, insieme al Rigoletto e alla Traviata, rappresenta uno dei cardini della cosiddetta “trilogia popolare”.Il Rigoletto ha fatto furore a Venezia e ha riservato delle buone soddisfazioni a Verdi, nonostante qualche perplessità iniziale per la nuova concezione che il compositore emiliano sta improntando alla sua musica: i grandiosi “affreschi” storici vengono messi da parte e si lascia spazio ai sentimenti della gente comune. È alquanto difficile cercare di spiegare la storia del Trovatore: il libretto può essere definito a ragione un guazzabuglio. Ogni parte ha un suo titolo (Il duello, La gitana, Il figlio della zingara e Il supplizio). Protagonista assoluta è senza dubbio Azucena, la zingara che in passato ha gettato nel fuoco il suo vero figlio, rapendo il fratello del conte di Luna facendogli credere di essere la vera madre. Vendette, gelosie e grandi passioni si intrecciano in questo dramma che si svolge sempre e soltanto di notte, tra ricordi e allucinazioni. È la musica di Verdi che conquista, fiammeggiante, ricca, appropriata, ma soprattutto appassionata, tanto è vero che arie come Di quella pira, Stride la vampa, Tacea la notte placida, sono conosciutissime e sfruttate dai cantanti lirici come cavalli di battaglia.
Giunto a Genova, l’allestimento de Il Trovatore della Los Angeles Opera, ha trovato una serie di scioperi ad attenderlo. Quella di cui si sta per rendere conto, sarebbe stata la terza recita, in realtà le prime due non hanno mai avuto luogo. La fortuna o sfortuna di questa rappresentazione, sarà il lettore a deciderlo, è stata quella di non incontrare un pubblico particolarmente attento, dato che la recita è stata dedicata quasi interamente alle scuole.
Da subito il Maestro Bartoletti con la sua direzione precisa ma non per questo fredda, anzi appassionata e sentita, si è fatto protagonista della recita. Il suono orchestrale ha toccato massimi livelli di bellezza sulle arie di Azucena e Lenonora, anche grazie a una evidente sintonia tra il Direttore e il palcoscenico. Il Trovatore è l’opera più complicata e sfuggente di Verdi, la meno afferrabile. Accumula fatti enigmatici, difficilmente comprensibili, e che mai verranno chiariti; già l’episodio da cui tutto si origina è denso di stranezze, di superstizioni; un’aura di non detto, di mistero circonda gli eventi e non si dissipa. Il Trovatore, oltre a essere un dramma cupo, è allo stesso tempo una delle opere che meglio incarnano il rigoglio melodico di Verdi e la gioia rinvigorente che può regalare agli ascoltatori dove il canto si innalza come una sfida vana contro il destino avverso e contro la morte. È dramma fatto di lunghi racconti, anzi un racconto di racconti, che riprendono il passato, ma per farlo reagire con violenza sul presente; si tratta di «un passato carico di “adesso”» La presenza ossessiva di ricordi lugubri muove l’azione, la condiziona; passato e presente interagiscono tra loro; cupi presentimenti si proiettano verso il futuro. Il dramma fu un vero trionfo: piacque per il suo particolare dinamismo e per i suoi grandi effetti drammatici. Oggi è soprattutto valido come testimonianza del gusto di un epoca, poichè appare confuso e poco profondo, nonostante alcune scene siano permeate d’autentico lirismo.

 

LARA CALOGIURI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...