TURANDOT

All’inizio dell’anno 1919 Giacomo Puccini cominciò a pensare ad una nuova opera da portare in scena; immaginava che quella sarebbe stata la sua ultima opera. Dapprima pensò di fare un adattamento di Oliver Twist, ma poi lasciò perdere questa idea.Nel 1920 lui e i due librettisti veronesi Renato Simoni e Giuseppe Adami si incontrarono a Milano e Simoni gli nominò la Turandot come un possibile soggetto d’opera.Puccini trovò il soggetto di suo gradimento, e scrisse Simoni di cominciare a lavorare al libretto semplificando l’azione e accentuando il tema della passione amorosa di Turandot.Puccini sperimentò notevoli innovazioni musicali: dissonanze, bitonalismi, sonorità aspre; ci sono motivi tratti da canzoni tradizionali cinesi, che servono a dare il colore locale; l’orchestra prevede l’utilizzo di piatti, gong, campane, celesta, xilofoni, timpani, corni, ecc. Nuova è anche l’importanza data alle scene corali. L’impegno richiesto agli interpreti è davvero notevole a livello tecnico e interpretativo: alcune arie sono tra le più difficili da cantare; Puccini si spinse quasi fino al limite del possibile; l’orchestrazione così ricca e imponente richiede molta potenza canora perché le voci non rischino, in certi punti, di rimanere sovrastate dagli strumenti.Puccini non aveva mai fatto un’opera dall’impianto così grandioso; il soggetto fiabesco non era molto usuale per lui, la sua bravura, più che nell’evocare grandi scenari storici o mitici, consisteva nel ritrarre le piccole cose, i sentimenti di singoli personaggi umili e realistici. Inoltre Puccini, che aveva sempre rappresentato amori tormentati e infelici, doveva per la prima volta sviluppare il tema dell’amore come redenzione e felicità.L’opera era ormai quasi terminata, Puccini l’aveva completata e orchestrata fino all’episodio della morte di Liù incluso; gli mancava ormai solo il finale, la scena della trasformazione della principessa e della sua apertura all’amore. Ma a quel punto le sue condizioni di salute peggiorarono e non gli lasciarono il tempo di scrivere un finale convincente. Soffriva di un tumore alla gola; in seguito ad un intervento chirurgico, ebbe un infarto e morì, lasciando solo 23 fogli con appunti un po’ confusi sulle idee che aveva avuto per sviluppare la conclusione.Per non lasciare l’opera incompiuta, la Ricordi cercò un compositore che completasse il finale; la scelta cadde su Franco Alfano, che accetto e, non senza difficoltà, cercò di fare del suo meglio per dare all’opera un degno finale.La Turandot andò in scena per la prima volta alla Scala di Milano, il 25 aprile 1926, un anno e cinque mesi dopo la morte di Puccini. A Pechino la bella e crudele principessa Turandot sottopone alla terribile prova degli enigmi i suoi pretendenti, e poiché nessuno riesce a rispondere, li condanna tutti morte. Il principe Calaf rimane talmente affascinato da Turandot da voler tentare a sua volta la prova degli enigmi; i dignitari imperiali Ping, Pong e Pang lo sconsigliano vivamente dal compiere un’impresa così rischiosa; anche il padre Timur e la sua fedele schiava Liù lo supplicano di rinunciare, ma il principe non sente ragioni. Il giorno seguente Calaf riesce a risolvere tutti gli enigmi di Turandot. Non vuole tuttavia sposarla contro la sua volontà, perciò le offre una scappatoia: se lei riuscirà a indovinare il suo nome prima dell’alba, potrà condannarlo a morte. Turandot interroga anche Liù, ma la schiava, pur di non dire il nome del principe, che segretamente ama, si uccide con una spada. Calaf, rimasto solo con Turandot, le rimprovera questa morte e infine con un bacio riesce a sciogliere il suo cuore di ghiaccio. Davanti all’imperatore suo padre e alla folla esultante, Turandot dichiara che il nome dello straniero è ‘Amore’, e lo abbraccia.Turandot, oltre ad essere l’opera dei contrasti, è anche l’opera del Mistero. Il Mistero è ovunque, ed è, a mio parere, il vero soggetto della rappresentazione. Lo si ritrova in mille sfaccettature diverse, e non smette mai di far meravigliare, interrogare e riflettere lo spettatore. Ci sono i misteri palesi, legati agli enigmi di Turandot, e poi all’enigma del nome di Calaf, il principe straniero; ma soprattutto c’è il mistero rappresentato dal personaggio stesso di Turandot, emblema del femminile; senza dimenticare il grande Mistero dell’Amore, e infine il Mistero dell’Altro, concetto fondamentale, anzi, da mettere al primo posto.Puccini, nelle sue opere, aveva sempre dedicato più attenzione al trattamento dei personaggi femminili: loro sono protagoniste attorno a cui gravitano i personaggi maschili; nella sua ultima opera, invece, il personaggio maschile è molto forte, proprio perchè è il portatore dell’amore che alla fine deve trionfare. Ma esiste anche la contrapposizione tra Turandot e Liù, due immagini di femminilità diametralmente opposte. Turandot ne rappresenta gli aspetti distruttivi e imprevedibili: amare Turandot equivale ad andare incontro alla Morte. Terrorizzata da immagini violente e barbare dell’eros, rifiuta l’amore in maniera radicale, immaginando di potersi astrarre totalmente in un mondo superiore, più puro, dove non esiste il corpo, ma solo la mente e l’anima. Un altro grande mistero é il finale: Non era facile voltare pagina così repentinamente: passare dalla tragica morte di Liù ad una celebrazione dell’amore come redenzione, completezza, felicità. Purtroppo non si potrà mai sapere come Puccini avrebbe risolto questa impasse; questo resterà veramente un mistero per sempre.

 

LARA CALOGIURI

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